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Oggi è la Giornata Nazionale del Polline. Ma la stagione delle allergie non finisce più: colpa del clima

Giornata Nazionale del Polline

Oggi è la Giornata Nazionale del Polline. Ma la stagione delle allergie non finisce più: colpa del clima

Il cambiamento climatico ha spostato il calendario della pollinazione. Piante che fiorivano a febbraio ora lo fanno a gennaio, o a Natale. I casi nei bambini sono raddoppiati dal 2019 ad oggi. E un italiano su quattro è già allergico

C’era un tempo in cui chi soffriva di allergie ai pollini sapeva esattamente cosa aspettarsi: qualche settimana di starnuti in primavera, poi la tregua estiva, poi il ritorno alla normalità. Quel tempo è finito. Se fino a qualche decennio fa la maggior parte delle allergie respiratorie si concentrava in primavera, oggi la pollinazione di molte piante tende ad anticipare e a prolungarsi. Le stagioni sono meno definite e i sintomi compaiono prima del previsto e durano più a lungo, con periodi di pausa sempre più brevi.

Oggi, 19 marzo, si celebra la Giornata Nazionale del Polline. Un appuntamento che quest’anno arriva in un momento particolarmente significativo: domani scatta l’equinozio di primavera, ma la stagione allergica è già in pieno svolgimento da settimane.

Il clima ha riscritto il calendario

Il meccanismo è diretto. Piante che in passato iniziavano a rilasciare pollini a metà febbraio oggi possono farlo già a gennaio o, in alcuni casi, persino durante il periodo natalizio. Le graminacee possono iniziare a pollinare settimane prima rispetto al passato e, in alcune annate, presentare anche una seconda fioritura a fine estate. Il risultato è una stagione allergica che non ha più confini precisi. Alcune ricerche indicano un incremento fino al 20% nella durata complessiva del periodo allergenico rispetto a tre decenni fa. L’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera stimola la produzione di pollini da parte delle piante, amplificando l’intensità delle stagioni allergiche.

I bambini pagano il prezzo più alto

I dati dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù raccontano una storia che dovrebbe far riflettere. In Italia le allergie ai pollini colpiscono fino a 2,7 milioni di minori. Nel solo ambulatorio di Allergologia del Bambino Gesù si registrano oltre 5.800 nuove diagnosi annuali, con un progressivo incremento dei casi legato al cambiamento climatico. Il confronto con il passato è eloquente. Nel 2019 i pazienti con allergie respiratorie pediatriche seguiti dall’ospedale erano circa 5.000. Dopo la riduzione degli accessi tra 2020 e 2021 dovuta alla pandemia, si è registrata una forte ripresa delle diagnosi tra il 2022 e il 2023, seguita da un ulteriore aumento tra il 2024 e il 2025, in parallelo con stagioni polliniche più lunghe e intense. «Il cambiamento climatico ha modificato completamente il modo in cui osserviamo e gestiamo le allergie ai pollini», certifica Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù. «Le stagioni polliniche sono più lunghe e meno distinguibili tra loro e questo significa che i bambini allergici hanno sintomi sempre più precoci e più prolungati».

Diagnosticare è diventato più difficile

C’è un effetto collaterale poco discusso di questo cambiamento: quando le stagioni polliniche si sovrappongono, individuare il polline responsabile dei sintomi sulla base della sola storia clinica del paziente diventa sempre più difficile. Per questo si stanno utilizzando diagnostiche molecolari sempre più avanzate che permettono di individuare con precisione le singole componenti allergeniche. Il rischio pratico è che molti allergici vengano scambiati per raffreddati. Ignorare questi segnali significa spesso confondere un’allergia respiratoria con un malanno di stagione, trattandola in modo sbagliato — ad esempio prendendo antibiotici inutili invece di antistaminici.

L’invasione silenziosa dell’ambrosia

Al danno si aggiunge la beffa di nuovi invasori. Il cambiamento climatico sta favorendo la diffusione di specie vegetali allergeniche in aree dove in passato erano rare o assenti. Un esempio è l’ambrosia, originaria del Nord America, che negli ultimi decenni si è diffusa in molte zone d’Europa ed è oggi responsabile di numerosi casi di allergia respiratoria sia nell’Italia settentrionale che in altre regioni del Paese. E poi c’è il fenomeno dell’asma da temporale: durante temporali particolarmente intensi, i pollini possono frammentarsi e liberare nell’aria grandi quantità di particelle allergeniche, con possibili picchi di attacchi asmatici. Un fenomeno sempre più frequente con l’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi.

Cosa fare adesso

La prevenzione dovrebbe iniziare almeno tre o quattro settimane prima del proprio mese critico, quando il sistema immunitario è ancora calmo e si può modulare la risposta prima che diventi eccessiva. Chi non l’ha ancora fatto, è già in ritardo. Ma può ancora correre ai ripari.

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