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Arctic Metagaz, la bomba ecologica si avvicina alla Libia. Il WWF lancia l’allarme, l’Europa si mobilita

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Arctic Metagaz, la bomba ecologica si avvicina alla Libia. Il WWF lancia l’allarme, l’Europa si mobilita

La metaniera russa alla deriva da venti giorni è ora a circa 100 km da Tripoli. Nessuna perdita di idrocarburi finora, ma a bordo restano 700 tonnellate di combustibile e gas liquefatto. Il WWF: «Un disastro potrebbe durare generazioni»

Venti giorni alla deriva, senza equipaggio, con una falla nello scafo e centinaia di tonnellate di materiali infiammabili a bordo. La metaniera russa Arctic Metagaz — colpita da esplosioni il 3 marzo nel Canale di Sicilia — continua a vagare nel Mediterraneo centrale, spinta dalle correnti verso le coste libiche. Si trova attualmente a circa 53 miglia nautiche da Tripoli, a quattro-sei giorni dall’impatto con la costa secondo la Protezione Civile italiana.

Il WWF lancia oggi un nuovo allarme: la situazione «rimane altamente instabile» e qualsiasi intervento comporta rischi ambientali significativi per una delle aree marine più fragili del Mediterraneo.

Cosa c’è ancora a bordo

La Protezione Civile italiana ha confermato che, allo stato attuale, non risultano dispersioni di idrocarburi, riducendo il rischio immediato per le coste. A bordo restano circa 450 tonnellate di olio combustibile pesante e 250 tonnellate di gasolio, oltre a una quantità incerta di gas naturale liquefatto, che potrebbe essersi parzialmente disperso. È proprio il gas il punto più critico. La quantità non è stata quantificata con precisione, ma viene considerata «potenzialmente pericolosa» per il rischio di esplosione. Le immagini aeree mostrano un quadro molto compromesso: parti della nave risultano annerite dal fuoco, la struttura presenta due grandi aperture sui lati della carena e l’area centrale appare gravemente danneggiata.

L’allarme del WWF: «Conseguenze catastrofiche e di lunga durata»

In un’intervista a Rainews24, Isabella Pratesi, direttrice Conservazione del WWF Italia, ha messo in guardia dalle conseguenze di un eventuale incidente: «Le conseguenze di un incidente grave potrebbero essere catastrofiche e di lunga durata. L’area interessata — in particolare quella intorno allo Stretto di Sicilia — è un punto nevralgico per la biodiversità, che ospita specie in via di estinzione, habitat critici e rotte migratorie fondamentali, come il tonno rosso e il pesce spada».

La nave vaga in un’area strategica fitta di piattaforme petrolifere e infrastrutture sottomarine, tra cui il gasdotto GreenStream che porta gas in Italia attraverso Gela. Il Mediterraneo, ricorda il WWF, è particolarmente vulnerabile per la sua natura semi-chiusa: disastri come quello della petroliera Haven del 1991 dimostrano che gli effetti dell’inquinamento possono persistere per decenni.

Quattro opzioni sul tavolo, tutte rischiose

Le opzioni per neutralizzare la minaccia sono quattro. La prima è la stabilizzazione in mare, con tecnici che salgono a bordo per sigillare le falle: una scelta rischiosa senza equipaggio e con danni strutturali allo scafo. La seconda è il traino verso un porto sicuro per svuotare il carico, ma con il pericolo di affondamento o esplosione. La terza è lo svuotamento del carico in mare aperto da navi specializzate: un’operazione difficile con rischio di esplosioni. La quarta, evocata da alcuni esperti, è l’affondamento controllato — una soluzione estrema e controversa.

L’Europa si mobilita: i MED5 chiedono l’intervento dell’UE

I leader di Italia, Spagna, Malta, Grecia e Cipro hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione europea, chiedendo l’attivazione del Meccanismo di protezione civile dell’Unione, poiché la nave potrebbe rappresentare un «rischio imminente e grave» di una grave catastrofe ecologica. Il premier maltese Abela ha contattato il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, mentre i Paesi del Med9 stanno lavorando collettivamente per trovare una soluzione. «Questo è un momento critico per il Mediterraneo», avverte Giuseppe Di Carlo, Direttore del WWF Mediterranean Marine Initiative. «Ritardi o risposte mal coordinate potrebbero avere conseguenze che dureranno per generazioni».

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