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PFAS nella carta da forno, presenza diffusa in 14 marchi su 16 ma entro i limiti UE

PFAS nella carta da forno, presenza diffusa in 14 marchi su 16 ma entro i limiti UE

Il Salvagente, rivista specializzata nella tutela dei consumatori, ha analizzato in laboratorio 16 prodotti di carta da forno di marchi nazionali e private label della grande distribuzione per verificarne la sicurezza.

Tra i brand esaminati figurano Domopak, Cuki, Carrefour, Lidl, Conad, Esselunga, Eurospin, Coop e altri marchi della distribuzione organizzata.

Il risultato principale: in 14 campioni su 16 sono state rilevate tracce di almeno una sostanza perfluoroalchilica. Solo Carrefour e Domopak hanno mostrato valori al di sotto dei limiti di quantificazione del laboratorio, risultando non rilevabili.

Cosa sono i PFAS e perché preoccupano

I PFAS, sostanze per- e polifluoroalchiliche, sono una famiglia di circa diecimila composti chimici utilizzati da decenni per la loro resistenza al calore, all’acqua, ai grassi e alle abrasioni. Si trovano nelle padelle antiaderenti, negli imballaggi alimentari, nei tessuti impermeabili e in molti altri prodotti di uso quotidiano.

Il problema principale è la loro persistenza ambientale. Non si degradano facilmente e per questo sono definiti forever chemicals. Si accumulano nelle falde acquifere, nei suoli e negli organismi viventi, compreso l’uomo. Diverse sostanze del gruppo sono state classificate come interferenti endocrini, neurotossiche o cancerogene.

Tra queste, il PFOA è già vietato nell’Unione europea dal 2020.

I limiti del regolamento UE

Il quadro normativo europeo si è rafforzato negli ultimi anni. Il regolamento Regolamento UE 2025/40 introdurrà, dal 12 agosto 2026, nuovi limiti per imballaggi e materiali a contatto con gli alimenti.

Le soglie previste sono:

50 milligrammi per chilogrammo per il fluoro totale

250 microgrammi per chilogrammo per la somma dei PFAS mirati, circa cinquanta sostanze considerate più pericolose

La buona notizia è che nessuno dei 16 campioni analizzati supera questi limiti. Tutti risultano formalmente conformi alla normativa che entrerà in vigore ad agosto.

Le sostanze trovate nelle analisi

Le analisi hanno individuato principalmente tre composti.

Il PFBA, acido perfluorobutanoico, è un prodotto di degradazione del PFOA. È molto mobile nell’ambiente e può infiltrarsi facilmente nelle falde acquifere. Studi su animali lo associano ad alterazioni della tiroide, del fegato e a effetti sullo sviluppo.

Il FTOH 6:2, un alcol fluorotelomerico volatile, può degradarsi in altri PFAS più persistenti, tra cui il PFHxA, già vietato dall’Unione europea in diversi settori.

Il FTOH 8:2 è invece un precursore diretto del PFOA ed è stato classificato come cancerogeno per l’uomo dallo IARC.

Come sono stati condotti i test

Il laboratorio ha utilizzato due approcci complementari.

Il primo ha misurato il fluoro totale e organico, fornendo un’indicazione della quantità complessiva di sostanze fluorurate presenti nel materiale. Questo metodo non identifica i singoli PFAS, ma consente di stimare il potenziale rischio di migrazione verso il cibo durante la cottura.

Il secondo approccio ha cercato circa cinquanta PFAS specifici, quelli già oggetto di attenzione normativa.

Naturale non significa senza PFAS

Un elemento rilevante riguarda i prodotti posizionati come naturali o ecologici. I marchi Ecor e Cuki carta forno naturale non si sono distinti in positivo rispetto agli altri per quanto riguarda la presenza di PFAS.

Questo aspetto evidenzia come le diciture commerciali non siano necessariamente indicative dell’assenza di sostanze fluorurate.

Il vero nodo: esposizione cumulativa e impatto ambientale

Dalle analisi emerge che la migrazione diretta nel cibo durante la cottura appare limitata e nei limiti di legge. Tuttavia, il tema centrale resta l’esposizione cumulativa.

Viviamo circondati da PFAS, presenti in numerosi oggetti quotidiani. La carta da forno rappresenta una fonte aggiuntiva che si somma ad altre. Anche se ogni singolo prodotto rispetta i limiti, l’effetto combinato nel tempo è oggetto di crescente attenzione scientifica.

C’è poi la questione ambientale. Durante smaltimento e riciclo, i PFAS contenuti nei materiali possono disperdersi in suolo, acqua e aria, contribuendo a una contaminazione persistente.

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