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Centrali idroelettriche: il rischio è anche ambientale

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Centrali idroelettriche: il rischio è anche ambientale

Anche le centrali idroelettriche inquinano. Il tragico caso del lago di Suviana, con l’esplosione della centrale Enel, riaccende il tema della sicurezza insieme a quello della sostenibilità ambientale.

Tra le fonti rinnovabili, l’energia idroelettrica o idraulica, è tra quelle più antiche ed utilizzate.  Rappresenta la prima fonte di energia rinnovabile in assoluto, con il 6,4% dell’energia primaria consumata nel mondo (Fonte BP – Statistical Review of World Energy- 2020).

In Italia l’energia idroelettrica è tra le fonti rinnovabili più diffuse, soprattutto grazie alla conformazione dello Stivale, dove, grazie alle catene montuose delle Alpi e degli Appennini, le pendenze del terreno fanno sì che ci sia il giusto dislivello sfruttabile per garantire un’alta resa di produzione di energia.



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Le centrali idroelettriche in Italia

L’idroelettrico è oggi la prima fonte rinnovabile per la generazione elettrica in Italia, pari al 40,7%, e gioca un ruolo di primo piano nell’attuale crisi energetica, rendendo il sistema energetico del Paese più sicuro, più resiliente e più sostenibile. Tuttavia, oltre il 70% degli impianti idroelettrici in Italia ha più di 40 anni e l’86% delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche è già scaduto o scadrà entro il 2029.

La prima centrale idroelettrica nel nostro Paese fu costruita nel 1895 a Paderno d’Adda, provincia di Lecco, in Lombardia. Secondo i dati Terna, al 31 dicembre 2022 le centrali idroelettriche in Italia sono 4.790, così suddivise per regione.

L’impatto dei bacini artificiali sull’ecosistema

Oltre al tema della sicurezza, evidenziato dalla tragedia della centrale costruita in Emilia Romagna a Bargi, sul lago Suviana, l’idroelettrico ha anche altri svantaggi. Oltre a prevedere elevati costi di investimento hanno un significativo impatto sull’ambiente. Vengono infatti creati dei bacini artificiali andando a modificare degli ecosistemi locali. In più tendono a creare delle deviazioni dei corsi d’acqua da zone molto ampie a canali e invasi circoscritti, sottraendo in alcuni casi l’acqua a intere popolazioni, piante e animali degli ambienti circostanti.

Cosa provocano le dighe: il caso del Vajont

Nel mondo ci sono circa 58 mila dighe che intercettano un sesto dell’acqua dei fiumi prima che vada in mare, e il numero delle dighe e degli impianti idroelettrici non fa che salire. Un esempio impressionante è la Diga delle Tre Gole cinese, che rappresenta una di circa 50mila sul fiume Yangtze (Yang et al., 2010).

Possono anche esserci grosse conseguenze se non si realizzano studi adeguati del contesto idrogeologico in cui si creano le dighe, come nel caso del Vajont.

Lo studio dei ricercatori di Harvard

Ad analizzare gli impatti delle centrali idroelettriche ci hanno pensato anche i ricercatori dell’università americana di Harvard. Secondo i loro studi le inondazioni dei bacini idrici delle centrali elettriche immetterebbero negli ecosistemi marini una grande quantità di metilmercurio, ben più di quanto non stiano facendo i cambiamenti climatici.

I ricercatori di Harvard si sono concentrati sul caso delle cascate Muskrat, nella regione canadese del Labrador. Dal 2017, la costruzione di un nuovo impianto dovrebbe sommergere un’ampia regione situata a monte di un fiordo, il lago salato Melville, nel quale sono state trovate colonie di microrganismi con un tasso di metilmercurio molto superiore alle attese.

Gli effetti del metilmercurio nella catena alimentare

L’incontro fra acqua dolce e salata è alla base dell’inquinamento di questa neurotossin. La stratificazione dei due tipi di acqua trattiene i detriti a una determinata profondità (fra 1 e 10 metri) nella quale i batteri trasformano il mercurio presente naturalmente in mortale metilmercurio. In sostanza il plancton alimentandosi di mercurio, lo trasforma e inserisce la neurotossina nella catena alimentare.

Succede sostanzialmente questo. L’inondazione causata dall’attivazione del nuovo impianto idroelettrico determina un incremento dei livelli di metilmercurio. Questo mette, quindi, a rischio le comunità locali che vivono prevalentemente di pesca. Lo stesso problema si verifica negli impianti idroelettrici in progetto nell’Artico. In tal senso, come sottolineano sempre i ricercatori di Harvard la fonte sarebbe pulita solamente per chi usufruirà dell’energia da remoto, mentre i costi ecologici degli impianti idroelettrici ricadrebbero totalmente su coloro che vivono nei pressi degli impianti.

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