Calotte glaciali antartiche a rischio collasso
Il collasso delle calotte glaciali antartiche non è il risultato di un singolo processo, ma dell’azione combinata di riscaldamento oceanico e atmosferico. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, che analizza il comportamento dei ghiacci antartici durante il Pliocene, un periodo caldo della storia della Terra compreso tra 3,3 e 2,6 milioni di anni fa, spesso indicato come un possibile analogo del clima futuro.
La ricerca è stata guidata da Molly Patterson, professoressa associata di Scienze della Terra alla Binghamton University, e mostra come temperature globali di 2-3 gradi superiori ai livelli preindustriali abbiano provocato una significativa perdita di ghiaccio in Antartide, con conseguenze dirette sul livello dei mari.
Il Pliocene e il cambiamento climatico
Durante il Pliocene, il pianeta ha sperimentato condizioni climatiche simili a quelle che potrebbero verificarsi nei prossimi decenni. Analizzando archivi geologici di questo periodo, i ricercatori hanno ricostruito la risposta delle calotte glaciali a un mondo più caldo.
Secondo lo studio, ampie porzioni dell’Antartide occidentale e alcune aree a bassa quota dell’Antartide orientale subirono una marcata riduzione dei ghiacci. Questa perdita contribuì a un innalzamento del livello del mare stimato tra 1 e 3 metri, un valore significativo se rapportato agli attuali scenari climatici.
Il riscaldamento oceanico
L’Antartide occidentale è risultata la più vulnerabile agli aumenti di temperatura. Qui la calotta glaciale poggia in gran parte su fondali marini, rendendola particolarmente sensibile al riscaldamento dell’oceano.
La riduzione del ghiaccio marino favorisce l’assorbimento di calore da parte delle acque, che a loro volta accelerano la fusione delle parti sommerse della calotta. Questo meccanismo innesca una prima fase di perdita di massa glaciale, rendendo il sistema ancora più instabile.
Il riscaldamento atmosferico
Dopo l’azione iniziale dell’oceano, entra in gioco il riscaldamento dell’atmosfera. L’aumento delle temperature dell’aria contribuisce al ritiro dei ghiacci poggiati sulla terraferma, ampliando l’estensione della fusione.
Secondo Molly Patterson, si tratta di un vero e proprio colpo doppio per il sistema dei ghiacci antartici: prima l’attacco dal basso, attraverso l’oceano più caldo, poi l’azione dall’alto, con un’atmosfera sempre più calda. L’effetto combinato porta a un aumento globale del livello del mare.
Effetti globali e impatto sulle coste dell’emisfero nord
Lo studio evidenzia anche come la fusione dei ghiacci antartici non abbia effetti uniformi a livello globale. A causa delle interazioni gravitazionali, la perdita di massa in Antartide tende ad aumentare maggiormente il livello del mare lungo le coste dell’emisfero nord.
Questo significa che aree densamente popolate, come le coste orientali degli Stati Uniti o dell’Europa settentrionale, potrebbero subire un impatto più significativo rispetto a una fusione equivalente dei ghiacci della Groenlandia.
Previsioni future
Secondo gli autori dello studio, l’integrazione tra archivi geologici e modelli climatici è essenziale per affinare le previsioni sul futuro del sistema climatico terrestre. I dati del passato permettono infatti di verificare l’affidabilità dei modelli utilizzati per simulare gli scenari futuri.
Comprendere come le calotte glaciali abbiano reagito a condizioni climatiche simili a quelle attese nei prossimi decenni rappresenta uno strumento fondamentale per valutare i rischi legati all’innalzamento del livello del mare e per pianificare strategie di adattamento efficaci.
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