Deep sea mining, Greenpeace chiede moratoria globale sulle estrazioni nei fondali oceanici
La questione delle estrazioni minerarie nei fondali oceanici è tornata al centro del dibattito internazionale durante la 31esima sessione dell’International Seabed Authority, l’organismo che ha il compito di regolamentare lo sfruttamento delle risorse minerarie nelle acque internazionali.
Alla riunione, in programma fino al 19 marzo, è presente anche una delegazione di Greenpeace, che segue da vicino i negoziati su alcune decisioni chiave per il futuro degli oceani. Tra i temi principali in discussione ci sono la definizione del codice minerario che dovrà regolare le attività di deep sea mining, la condivisione dei benefici economici derivanti dalle estrazioni e la definizione di parametri ambientali per valutare gli impatti sugli ecosistemi marini.
Un altro punto critico riguarda il rischio che alcuni Paesi possano autorizzare unilateralmente attività minerarie in alto mare, bypassando il processo multilaterale che dovrebbe governare queste operazioni.
Greenpeace chiede all’Italia di sostenere la moratoria sulle estrazioni
Secondo Greenpeace, l’attuale accelerazione nel processo di definizione del codice minerario rischia di favorire gli interessi industriali a discapito della tutela ambientale.
Valentina Di Miccoli, della campagna Mare di Greenpeace Italia, ha sottolineato che un testo elaborato troppo rapidamente potrebbe non garantire una protezione adeguata degli ecosistemi marini e delle comunità costiere.
Per questo motivo l’organizzazione ambientalista chiede al governo italiano di sostenere la moratoria internazionale sul deep sea mining. L’obiettivo è fermare temporaneamente l’avvio delle estrazioni nei fondali oceanici, concedendo più tempo alla comunità scientifica per studiare gli ecosistemi profondi e valutare i possibili impatti ambientali.
Il nodo della condivisione dei benefici economici
Uno degli aspetti più delicati del dibattito riguarda il sistema di distribuzione dei benefici economici legati allo sfruttamento dei minerali dei fondali marini.
Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le risorse presenti nelle aree internazionali degli oceani devono essere considerate patrimonio comune dell’umanità. Di conseguenza, l’attività mineraria dovrebbe produrre benefici condivisi a livello globale.
Un recente report di Greenpeace evidenzia però forti criticità nell’attuale proposta finanziaria elaborata dal Comitato finanziario dell’International Seabed Authority. Secondo l’organizzazione, il sistema previsto rischia di concentrare la maggior parte dei profitti nelle mani delle compagnie minerarie, lasciando ai Paesi del Sud globale solo una quota minima dei ricavi.
Lo studio stima che per molti Stati africani i guadagni derivanti dal deep sea mining potrebbero corrispondere in media a circa lo 0,001 per cento del prodotto interno lordo nazionale, una percentuale considerata trascurabile e incapace di garantire una redistribuzione equa delle risorse.
Il rischio di estrazioni unilaterali nei fondali oceanici
Un altro tema che preoccupa la comunità internazionale riguarda il tentativo di alcune compagnie minerarie di aggirare il sistema multilaterale stabilito dall’International Seabed Authority.
In particolare, la società mineraria canadese The Metals Company starebbe valutando la possibilità di avviare attività di estrazione nei fondali oceanici sfruttando la legislazione nazionale degli Stati Uniti. Questa iniziativa sarebbe sostenuta dall’amministrazione Trump e consentirebbe di iniziare le operazioni senza attendere l’approvazione definitiva del codice minerario internazionale.
Secondo Greenpeace, un eventuale via libera a questo tipo di operazioni rappresenterebbe un precedente pericoloso, perché permetterebbe a pochi attori industriali di sfruttare le risorse degli oceani senza un quadro normativo condiviso e senza adeguate garanzie ambientali.
Ecosistemi profondi ancora poco conosciuti
Gli oceani profondi rappresentano uno degli ambienti meno studiati del pianeta. Molte delle specie che vivono a grandi profondità sono state scoperte solo negli ultimi decenni e il funzionamento degli ecosistemi abissali è ancora in gran parte sconosciuto.
Secondo Greenpeace, avviare attività minerarie su larga scala senza una conoscenza scientifica adeguata potrebbe causare danni irreversibili a questi ambienti fragili.
Per questo motivo l’organizzazione chiede ai Paesi membri dell’International Seabed Authority, tra cui l’Italia, di adottare regole rigorose e condivise per evitare lo sfruttamento indiscriminato dei fondali oceanici.
La moratoria proposta, già sostenuta da circa 40 Paesi, punta proprio a sospendere temporaneamente le estrazioni per permettere ulteriori studi scientifici e garantire una gestione più equa e sostenibile delle risorse degli oceani.
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