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Hormuz blocca i fertilizzanti, l’Europa rischia la carestia. Confeuro: «Solo la diplomazia può fermare il disastro alimentare»

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Hormuz blocca i fertilizzanti, l’Europa rischia la carestia. Confeuro: «Solo la diplomazia può fermare il disastro alimentare»

L’Alta rappresentante UE Kallas lancia l’allarme: senza forniture adeguate di fertilizzanti, il rischio carestia è concreto. L’Asia nel mirino, ma anche l’Africa. La Confederazione degli Agricoltori Europei: «Il mondo è interdipendente, la soluzione non è militare»

Non è più solo un problema energetico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha già fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas, sta proiettando la sua ombra su uno scenario ancora più preoccupante: la sicurezza alimentare globale. A lanciare l’allarme è stata Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, che ha messo in guardia dal rischio concreto di carestie nel prossimo futuro se le forniture di fertilizzanti non dovessero riprendere in modo adeguato.

Un allarme che Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro — Confederazione Agricoltori Europei — raccoglie e rilancia senza attenuarne la gravità. «Condividiamo e riteniamo estremamente preoccupanti le parole di Kallas», dichiara Tiso. «Si tratta di un allarme che non possiamo e non dobbiamo sottovalutare».

Il nodo dei fertilizzanti: perché Hormuz è cruciale

La dipendenza del sistema agricolo globale dallo Stretto di Hormuz non riguarda solo il petrolio. Attraverso quello stretto passa una quota determinante del commercio mondiale di urea e fertilizzanti azotati, prodotti nei Paesi del Golfo Persico e indispensabili per garantire i raccolti nell’emisfero settentrionale proprio in questa stagione quella della semina primaverile, che non aspetta.

«La disponibilità di fertilizzanti rappresenta un elemento fondamentale per garantire la produzione agricola mondiale», sottolinea Tiso. «Eventuali interruzioni o gravi difficoltà negli approvvigionamenti rischiano di compromettere seriamente i raccolti dei prossimi anni, aprendo scenari drammatici dal punto di vista alimentare».

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Chi pagherà il prezzo più alto

La distribuzione degli effetti non sarà uniforme. I Paesi più sviluppati potranno in parte compensare con riserve strategiche, con produzione interna a costi più elevati o con forniture alternative. Ma per molte nazioni africane — dove la sicurezza alimentare è già oggi fragile e strutturalmente dipendente dalle importazioni — lo scenario è ben più cupo.

«Il rischio di carestie riguarda soprattutto quelle nazioni fortemente dipendenti dalle importazioni di questi prodotti», avverte Tiso. «In un contesto del genere, ogni tensione geopolitica rischia di amplificare crisi economiche e sociali già molto complesse».

È la mappa del dolore che segue ogni conflitto: non colpisce solo chi combatte, ma soprattutto chi è già vulnerabile e lontano.

La risposta non è militare

La posizione di Confeuro sulla crisi in Medio Oriente è netta. «Per risolvere la grave controversia è indispensabile la strada della diplomazia, e non quella delle armi», dichiara Tiso. Un appello che non è solo etico, ma strutturalmente pragmatico: ogni settimana di blocco di Hormuz è una settimana in meno per seminare, e i raccolti persi non si recuperano.

Il monito all’Europa: investire nell’agricoltura è una questione di sopravvivenza

La crisi rivela qualcosa di più profondo, che va oltre la contingenza del conflitto iraniano. «Questa vicenda dimostra quanto il mondo in cui viviamo sia ormai profondamente globalizzato e interdipendente», osserva Tiso. «Agricoltura e agroalimentare rappresentano settori strategici per il futuro dell’umanità».

Il messaggio all’Europa è diretto: non si può continuare a trattare l’agricoltura come un settore residuale da riformare al ribasso. «L’Europa deve continuare a investire con decisione nell’agricoltura, nella sicurezza alimentare e nella tutela delle produzioni, rafforzando politiche capaci di garantire stabilità e sostenibilità al comparto primario», conclude il presidente di Confeuro.

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