Smog e mobilità ridotta: come l’inquinamento accelera l’invecchiamento fisico
Un recente studio pubblicato su JAMA Network Open mette in luce un effetto finora sottovalutato dell’inquinamento atmosferico: non si limita a danneggiare le vie respiratorie, ma può compromettere nel tempo la capacità delle persone di svolgere attività quotidiane come muoversi, vestirsi o lavarsi. La ricerca, condotta dall’Università del Michigan, ha seguito per quasi vent’anni circa trentamila adulti over 50, osservando come la qualità dell’aria attorno alle loro abitazioni influenzasse gradualmente le funzioni fisiche. Chi viveva in zone con concentrazioni elevate di inquinanti mostrava un rischio significativamente maggiore di passare da una condizione di buona salute motoria a limitazioni fisiche fino alla disabilità completa.
L’effetto dell’inquinamento sulla mobilità
Lo studio ha evidenziato il ruolo centrale di alcune sostanze particolarmente diffuse nelle aree urbane. Le polveri sottili, note come PM2.5, prodotte dal traffico e dal riscaldamento domestico, sono così minute da attraversare la barriera polmonare e raggiungere il sangue. Le particelle più grossolane, le PM10, derivano dall’usura di freni e asfalto, mentre il biossido di azoto è il gas di scarico tipico delle strade trafficate. L’esposizione cronica a questi inquinanti non solo aumenta il rischio di problemi respiratori, ma riduce anche la capacità di recupero fisico dopo malattie o infortuni, rendendo più difficile mantenere agilità e mobilità con l’avanzare dell’età.
Secondo i ricercatori, respirare sostanze tossiche in modo continuativo innesca un’infiammazione sistemica e uno stress ossidativo che deteriorano progressivamente i vasi sanguigni, influendo sulla forza muscolare e sulla salute delle ossa. Inoltre, alcuni studi ipotizzano che l’esposizione prolungata possa interferire con il metabolismo della vitamina D, già spesso carente negli anziani, aumentando ulteriormente la vulnerabilità dello scheletro. In questo modo, l’inquinamento atmosferico agisce come un acceleratore silenzioso dell’invecchiamento fisico.
Il paradosso dell’ozono
Tra le evidenze dello studio emerge un dato curioso: l’ozono, a differenza degli altri inquinanti, sembra associato a un rischio minore di disabilità. Questo risultato, inizialmente controintuitivo, trova una spiegazione plausibile nel comportamento delle persone. Quando i livelli di ozono aumentano, tipicamente nelle giornate calde e soleggiate, gli individui tendono a restare in casa, riducendo l’esposizione complessiva. In pratica, la minore incidenza di disabilità non deriva da un effetto benefico del gas, ma da una protezione involontaria legata alle abitudini quotidiane.
Implicazioni individuali e collettive
La ricerca offre indicazioni importanti sia a livello individuale che sociale. Limitare l’esposizione all’inquinamento significa prestare attenzione alla qualità dell’aria nelle proprie scelte abitative, ridurre le uscite nelle ore di maggiore traffico e, se possibile, utilizzare sistemi di purificazione dell’aria in casa. Dal punto di vista collettivo, i risultati rafforzano l’urgenza di politiche ambientali volte a ridurre lo smog nelle città. Proteggere l’aria significa non solo tutelare la salute dei polmoni, ma anche salvaguardare l’autonomia degli anziani e contenere i costi sanitari futuri.
Gli over 50 con difficoltà motorie sostengono mediamente un numero molto maggiore di visite mediche rispetto ai coetanei in buona salute, con spese che negli Stati Uniti superano i ventunomila dollari annui. Ridurre l’inquinamento diventa quindi una priorità economica e sociale, perché ogni miglioramento nella qualità dell’aria si traduce in maggiore autonomia, qualità della vita e sostenibilità del sistema sanitario.
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