Microplastiche nel liquido seminale umano: nuova ricerca dell’Università di Padova
La presenza di microplastiche nel liquido seminale umano è stata dimostrata da una nuova ricerca coordinata dal professor Carlo Foresta, in collaborazione con i professori Andrea Di Nisio e Lucio Litti. I risultati dello studio saranno presentati al 40° Convegno di Medicina della Riproduzione, in programma domani e venerdì presso l’Aula Magna del Palazzo Bo dell’Università di Padova.
Lo studio rappresenta un ulteriore passo avanti nella comprensione dell’esposizione umana alle microplastiche e del loro possibile coinvolgimento nel sistema riproduttivo maschile.
Microplastiche in campioni di uomini sani
I ricercatori hanno analizzato campioni di liquido seminale provenienti da uomini sani, con parametri seminali nella norma. In tutti e sei i campioni esaminati è stata riscontrata la presenza di microplastiche, a dimostrazione di una esposizione diffusa e non limitata a condizioni patologiche.
Le particelle osservate presentavano dimensioni comprese tra circa 2 e 13 micrometri, grandezze estremamente ridotte e paragonabili a quelle degli spermatozoi stessi. La testa di uno spermatozoo, infatti, ha un diametro di circa 5-8 micrometri, il che rende particolarmente rilevante la presenza di queste particelle nello stesso fluido biologico.
Quantità ridotte ma presenza significativa
Secondo quanto spiegato dal professor Carlo Foresta, il numero di microplastiche individuate è pari a circa 50 particelle per millilitro di liquido seminale. Si tratta di quantità molto basse se confrontate con il numero di cellule presenti, ma il dato assume rilievo se interpretato in termini di presenza e non di peso.
Le concentrazioni osservate risultano infatti in linea con quelle già rilevate in altri fluidi biologici umani, come sangue, latte materno e placenta. Questo conferma che l’esposizione ambientale alle microplastiche interessa l’intero organismo, incluso l’apparato riproduttivo.
La composizione chimica
L’analisi chimica delle particelle, condotta in collaborazione con il professor Lucio Litti del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova, ha rivelato che le microplastiche sono costituite principalmente da polimeri di uso comunissimo.
Tra questi figurano polipropilene, polietilene e polistirene, materiali largamente utilizzati per imballaggi, contenitori, tessuti sintetici e oggetti di largo consumo. La presenza di questi polimeri conferma una esposizione ambientale continua e quotidiana.
Nessuna interazione diretta con gli spermatozoi
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio riguarda il comportamento delle microplastiche all’interno del liquido seminale. Le particelle non aderiscono agli spermatozoi e non penetrano al loro interno, ma risultano disperse nel plasma seminale.
Secondo il professor Andrea Di Nisio, questo dato indica che, almeno per microplastiche di queste dimensioni, non è stato osservato un contatto diretto con le cellule riproduttive. Eventuali effetti biologici potrebbero quindi essere mediati da meccanismi indiretti, legati alle strutture attraversate dalle microplastiche prima di raggiungere il liquido seminale, come testicoli, epididimo e prostata.
Ruolo della prostata come filtro biologico
Un ulteriore risultato di grande interesse riguarda la presenza di microplastiche nella prostata. In questo tessuto le particelle osservate risultano mediamente più grandi rispetto a quelle rinvenute nel liquido seminale.
Questa differenza suggerisce che la prostata possa svolgere una funzione di filtro biologico, trattenendo le particelle di dimensioni maggiori e permettendo solo a quelle più piccole di superare la barriera prostatica e raggiungere il liquido seminale. Secondo il professor Foresta, la prostata potrebbe rappresentare un punto chiave nel percorso delle microplastiche all’interno dell’apparato riproduttivo maschile.
Liquido seminale come indicatore di esposizione ambientale
Nel loro insieme, i risultati dello studio indicano che il liquido seminale potrebbe diventare un indicatore biologico non invasivo dell’esposizione umana alle microplastiche. I ricercatori invitano però a non interpretare questi dati in modo allarmistico.
Sono necessari ulteriori studi per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione alle microplastiche, soprattutto considerando particelle ancora più piccole, come le nanoplastiche, che attualmente non possono essere osservate con sufficiente precisione. La ricerca apre così nuove prospettive per comprendere l’impatto ambientale sulla salute riproduttiva maschile.
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