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Microplastiche invisibili nello zucchero: nuovo allarme da uno studio italiano

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Microplastiche invisibili nello zucchero: nuovo allarme da uno studio italiano

Lo zucchero è un alimento onnipresente nelle nostre case, ma secondo una nuova ricerca condotta dall’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM) di Torino, può contenere quantità significative di microplastiche. Queste particelle, per la maggior parte piccolissime, sono fino a oggi invisibili agli strumenti utilizzati, con dimensioni inferiori a 20 micrometri e una concentrazione maggiore tra 5 e 10 micrometri.

Il metodo innovativo della ricerca

La particolarità dello studio INRiM non riguarda solo i risultati, ma anche il metodo. Mentre molte analisi sulle microplastiche negli alimenti prevedono trattamenti chimici per eliminare la matrice organica, il gruppo torinese ha scelto un approccio più delicato: lo zucchero è stato semplicemente sciolto in acqua ultrapura, preservando l’integrità delle particelle e riducendo il rischio di frammentazione o degradazione delle microplastiche più piccole.

Sono stati analizzati sei tipi di zucchero bianco di marchi italiani, in diversi formati e materiali di confezionamento, dai sacchetti da 1 kg alle bustine monodose da 4-5 grammi, sia in carta che in plastica, per comprendere la variabilità della contaminazione lungo tutta la filiera.

Dimensione e quantità delle microplastiche

I dati raccolti mostrano che la maggior parte delle particelle individuate è sotto i 20 micrometri, con una predominanza nella fascia 5–10 micrometri. Nei campioni da 5 grammi in bustina, sono state rilevate oltre 1000 microplastiche.

Queste particelle, pur essendo minuscole, rappresentano una potenziale preoccupazione biologica, poiché le microplastiche di dimensioni inferiori ai 10 micrometri possono interagire più facilmente con i tessuti biologici, attraversare barriere cellulari e innescare possibili risposte infiammatorie.

I polimeri più presenti

La ricerca ha anche identificato i principali polimeri: il più abbondante è il PVC (cloruro di polivinile), seguito da polietilene (PE), polistirene (PS), polipropilene (PP) e PET. La prevalenza del PVC, rispetto ad altri studi che indicano PE e PP come dominanti, suggerisce possibili fonti specifiche nella filiera, come componenti industriali, tubazioni, guarnizioni o macchinari.

Gli autori non attribuiscono una singola origine alle microplastiche, sottolineando che i punti di ingresso possono essere molteplici, dalla lavorazione al confezionamento finale.

Rischi e lacune normative

Le microplastiche più piccole rappresentano la principale criticità, non solo per la loro maggiore probabilità di interazione biologica, ma anche perché sfuggono spesso ai sistemi di controllo. Attualmente, le norme europee considerano le microplastiche solo fino a 20 micrometri, mentre nello zucchero circa il 90% delle particelle rilevate è sotto questa soglia, evidenziando un vero e proprio “buco” normativo.

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