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PFAS e refrigeranti, lo studio: livelli di TFA triplicati in 20 anni per salvare il buco dell’ozono

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PFAS e refrigeranti, lo studio: livelli di TFA triplicati in 20 anni per salvare il buco dell’ozono

L’abbandono dei clorofluorocarburi per proteggere l’ozono stratosferico ha segnato un successo storico della cooperazione internazionale. Tuttavia, i sostituti impiegati negli ultimi decenni, come HFC e HFO, stanno contribuendo alla diffusione globale di un inquinante persistente: l’acido trifluoroacetico, noto come TFA, appartenente alla famiglia dei PFAS.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, le concentrazioni di TFA negli ecosistemi mondiali sono triplicate negli ultimi vent’anni, in larga parte a causa della degradazione atmosferica dei gas refrigeranti utilizzati per sostituire i CFC.

Cos’è il TFA e perché è un problema ambientale

Il TFA è un composto della famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti PFAS, caratterizzati da elevata stabilità chimica e resistenza a calore, acqua e grassi. Proprio queste proprietà, che li rendono utili in ambito industriale, determinano anche una lunghissima persistenza nell’ambiente.

Il TFA è oggi il PFAS più abbondante nelle acque terrestri ed è frequentemente rilevato in acqua potabile, polvere domestica e persino nel sangue umano. Studi sulle carote di ghiaccio artico indicano che la deposizione di questo composto è aumentata fino a dieci volte dagli anni Settanta.

Gli effetti precisi sulla salute umana non sono ancora del tutto chiariti, ma l’Unione Europea lo considera dannoso per la vita acquatica e sta valutando possibili impatti su fertilità e riproduzione.

Dalla protezione dell’ozono ai nuovi inquinanti

I CFC, responsabili della riduzione dell’ozono stratosferico, sono stati banditi con il Protocollo di Montreal entrato in vigore nel 1989. Sono stati sostituiti prima dagli idrofluorocarburi, che non danneggiano l’ozono ma sono potenti gas serra, e più recentemente dalle idrofluoroolefine.

Il problema è che sia gli HFC sia gli HFO, una volta rilasciati in atmosfera, possono degradarsi formando TFA come prodotto finale. Gli HFO, in particolare, si trasformano in TFA a ritmi ancora più sostenuti rispetto agli HFC.

Tra i composti sotto osservazione figura l’HFO-1234yf, ampiamente utilizzato nei sistemi di climatizzazione delle automobili, che produce TFA a tassi fino a dieci volte superiori rispetto ai precedenti HFC. Anche alcuni pesticidi, composti industriali e farmaceutici possono contribuire alla formazione di TFA.

Piovono PFAS

La ricerca condotta dall’Università di Lancaster e dall’Università della California a San Diego ha quantificato l’aumento della deposizione atmosferica di TFA.

Secondo i dati, la quantità di TFA che si deposita al suolo attraverso vento e precipitazioni è passata da circa 6.800 tonnellate all’anno nel 2000 a 21.800 tonnellate nel 2022. Un incremento che evidenzia la portata globale del fenomeno.

Il TFA viene trasportato in atmosfera e ricade poi al suolo con la pioggia, contribuendo alla contaminazione diffusa di ecosistemi terrestri e acquatici.

Quali alternative ai gas refrigeranti attuali

Lo studio invita a riflettere sulla complessità degli equilibri ambientali e sulla necessità di valutare attentamente le alternative tecnologiche. Se la sostituzione dei CFC ha consentito di avviare la chiusura del buco dell’ozono, i nuovi composti non sono privi di effetti collaterali.

Non è ipotizzabile un ritorno ai CFC o ai refrigeranti precedenti, ma diventa sempre più urgente individuare soluzioni che riducano al minimo sia l’impatto climatico sia la formazione di inquinanti persistenti come il TFA.

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