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Riciclo chimico della plastica, l’inchiesta che smaschera il greenwashing in Europa

Riciclo chimico della plastica, l’inchiesta che smaschera il greenwashing in Europa

Il riciclo chimico della plastica viene spesso presentato come una soluzione innovativa e sostenibile alla crisi dei rifiuti. Ma secondo un’inchiesta internazionale condotta da The Guardian, Mediapart, Deutsche Welle, Altreconomia e altre testate indipendenti, dietro questa narrazione si nasconderebbe una pratica di greenwashing che l’Unione europea starebbe di fatto tollerando.

Al centro dell’indagine c’è un sistema che consente di etichettare come riciclati imballaggi in plastica che contengono in realtà solo una quota minima, fino al 5 per cento, di polimeri recuperati. Tutto il resto continua a essere prodotto a partire da combustibili fossili.

Il legame tra marchi alimentari e industria petrolchimica

L’inchiesta ricostruisce i rapporti tra grandi marchi che utilizzano imballaggi in plastica, come Heinz Beanz di Kraft e Philadelphia di Mondelēz, e la compagnia petrolifera Saudi Aramco. La holding statale saudita è considerata il maggiore emettitore di gas serra al mondo e, attraverso la sua controllata petrolchimica Sabic, avrebbe sviluppato una strategia per presentare come sostenibile una produzione fortemente inquinante.

Secondo i documenti analizzati, Sabic etichetta come “circolare” plastica prodotta nei propri stabilimenti, anche se la materia prima resta quasi totalmente di origine fossile. Una definizione che contribuisce a migliorare l’immagine ambientale dei prodotti confezionati, senza modificare in modo sostanziale il loro impatto climatico.

Pirolisi e limiti del riciclo chimico della plastica

Il processo chiave utilizzato dall’industria petrolchimica è la pirolisi, una tecnologia ad alta intensità energetica che trasforma i rifiuti di plastica in olio di pirolisi, considerato materia prima riciclata. Tuttavia, questo olio può rappresentare al massimo il 5 per cento della composizione finale.

Per ottenere plastica utilizzabile, l’olio di pirolisi deve essere miscelato con virgin-nafta, un derivato diretto della raffinazione del petrolio. Di conseguenza, la maggior parte della plastica definita come riciclata resta basata su fonti fossili, con benefici ambientali molto limitati.

Le accuse di greenwashing

Uno degli aspetti più controversi riguarda l’uso del principio di contabilità del bilancio di massa. Attraverso questo meccanismo, l’industria può dichiarare come riciclati al 100 per cento interi lotti di produzione, anche quando contengono esclusivamente materie prime fossili.

A questo si aggiunge il concetto di emissioni evitate: sottraendo le emissioni che sarebbero state prodotte dall’incenerimento di un volume equivalente di rifiuti, si ottiene un presunto risparmio di carbonio rispetto alla plastica vergine. Secondo l’inchiesta, si tratta però di un calcolo teorico che non riflette l’impatto reale del processo.

Certificazioni e impatto climatico reale

Le etichette di riciclo basate sul bilancio di massa sono rilasciate dall’International Sustainability and Carbon Certification, una piattaforma guidata dall’industria stessa. Queste certificazioni vengono poi trasferite dai produttori di plastica ai marchi di prodotti confezionati, creando una catena di legittimazione del riciclo chimico.

Dai registri pubblici emerge che la plastica riciclata da Sabic conterrebbe in alcuni casi anche meno del 5 per cento di olio di pirolisi. Inoltre, i calcoli sull’impronta di carbonio effettuati dallo stesso gruppo saudita ammettono che l’intero processo emette dal 6 all’8 per cento in più rispetto alla produzione di plastica da combustibili fossili.

Il ruolo dell’Unione europea e il rischio normativo

Secondo l’inchiesta, sotto la crescente pressione dell’industria petrolchimica, le istituzioni europee starebbero valutando l’inclusione del principio del bilancio di massa nella legislazione su plastica e imballaggi. Tra i dossier citati figura anche la possibile revisione della direttiva sulla plastica monouso, la SUP.

Una scelta che, se confermata, rischierebbe di legittimare pratiche controverse e di rallentare la transizione verso una reale riduzione della produzione di plastica e dell’uso di materie prime fossili. Il dibattito sul riciclo chimico diventa così centrale nel confronto tra interessi industriali, politiche ambientali e reale sostenibilità.

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