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Valanghe, la “Trappola dell’Esperto”: quando la sicurezza in alta quota diventa un’illusione mortale

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Valanghe, la “Trappola dell’Esperto”: quando la sicurezza in alta quota diventa un’illusione mortale

La montagna non ha memoria, non ha pietà e, soprattutto, non riconosce i gradi accademici o gli anni di esperienza. Dopo un weekend tragico che ha visto 5 vittime sulle Alpi, il dibattito si sposta su un paradosso psicologico e tecnico che ogni sciatore e alpinista dovrebbe conoscere.

Massimiliano Fazzini, climatologo e coordinatore del rischio della Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA), lancia un monito che suona come una doccia fredda: il 95% dei distacchi valanghivi mortali è provocato direttamente dall’azione umana.

Il Paradosso del Grado 2: La zona grigia della sicurezza

Molti pensano che il pericolo sia reale solo quando il bollettino urla il “Rosso” (Grado 4 o 5). I dati, però, dicono l’esatto contrario. La maggior parte degli incidenti avviene con Grado 2 (Moderato – Giallo) o Grado 3 (Marcato – Arancione).

  • L’illusione del Giallo: Con il Grado 2, il manto sembra stabile. Questo abbassa la guardia. Ma, come spiega Fazzini, il distacco è “possibile con forte sovraccarico”. Un gruppo di sciatori che si ferma nello stesso punto o un taglio netto su un pendio ripido può bastare a innescare il disastro.
  • La sfida al pendio: Quando il bollettino è “arancione”, molti esperti si sentono in grado di “gestire” il rischio. È qui che la confidenza diventa letale.

Perché gli esperti rischiano di più?

Oltre l’80% delle vittime coinvolge scialpinisti e alpinisti esperti. La psicologia della sicurezza chiama questo fenomeno “trappola dell’euristica”.

  1. Eccesso di fiducia: L’aver percorso quel pendio cento volte senza incidenti crea un falso senso di immunità.
  2. L’effetto “Gregge”: Vedere altre tracce sulla neve induce a pensare che il versante sia sicuro, ignorando che la neve cambia la sua struttura a distanza di pochissimi metri.
  3. La sfida ambientale: Fazzini sottolinea come spesso ci sia un atteggiamento di “sfida” verso scenari nivo-meteorologici di estrema complessità.

“Esperto, ricorda che la neve non sa che tu sei esperto!”: una frase che risuona nei corsi di formazione e che oggi, dopo 11 vittime in soli otto giorni, torna a essere drammaticamente attuale.

La prevenzione non è (solo) nei materiali

Sebbene i materiali di autosoccorso (Artva, sonda, pala, airbag) abbiano reso le medie dei decessi più stabili rispetto agli anni ’80 (scendendo da una media di 96 a 76 decessi annui nell’arco alpino), la tecnologia non può sostituire la conoscenza del limite.

Antonello Fiore, Presidente SIGEA, è categorico: “Frequentare la montagna fa bene, ma bisogna farlo con conoscenza, prudenza e guide esperte”. La vera sicurezza non sta nello zaino, ma nella capacità di saper rinunciare alla vetta quando il manto nevoso invia segnali di instabilità che la nostra voglia di “sfidarlo” vorrebbe ignorare.

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