Alpi e Appennini alle prese con la crisi climatica: crescono impianti sciistici dismessi ed edifici abbandonati
In Italia il turismo montano continua a ruotare attorno al sistema neve nonostante gli effetti sempre più evidenti della crisi climatica. A dirlo è il report Nevediversa 2026 di Legambiente, presentato a Milano, che fotografa lo stato degli impianti sciistici e delle strutture turistiche in quota tra cambiamenti climatici, investimenti pubblici e nuovi modelli di sviluppo.
Secondo l’associazione ambientalista, circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il comparto sciistico tradizionale. Alla riconversione degli impianti dismessi e alla destagionalizzazione dell’offerta turistica restano invece risorse limitate.
Nel frattempo aumentano le strutture abbandonate: nel 2026 sono 273 gli impianti sciistici dismessi tra Alpi e Appennini e 247 gli edifici sospesi censiti finora. Si tratta di alberghi, residence, complessi turistici, strutture militari o produttive non più utilizzate o rimaste incomplete.
Impianti sciistici dismessi: le regioni più colpite
Il Piemonte si conferma la regione con il maggior numero di impianti sciistici dismessi, con 76 strutture inattive. Seguono Lombardia con 51 e altre aree alpine e appenniniche che mostrano segnali sempre più evidenti di crisi del modello turistico basato esclusivamente sullo sci.
Per quanto riguarda gli edifici sospesi, il primato sull’arco alpino spetta alla Valle d’Aosta con 36 strutture censite, seguita dalla Lombardia con 31 e dal Piemonte con 20. Sugli Appennini invece spiccano Toscana con 19 edifici, Abruzzo con 16, Marche e Sicilia entrambe con 15.
Tra i casi simbolo citati dal report c’è il Grand Hotel Wildbad di San Candido, in Alto Adige, una struttura di grande valore storico e culturale oggi in stato di forte abbandono.
Accanto agli impianti dismessi, il report segnala anche altre situazioni critiche:
106 impianti sciistici chiusi temporaneamente
98 impianti con apertura e chiusura alternata
231 impianti che sopravvivono grazie ai finanziamenti pubblici
Questi ultimi vengono definiti da Legambiente casi di accanimento terapeutico. Le regioni con più impianti sostenuti da fondi pubblici sono Lombardia con 63 casi, Abruzzo con 47 ed Emilia Romagna con 34.
Sul territorio nazionale sono inoltre presenti 169 bacini per l’innevamento artificiale, concentrati soprattutto in Trentino Alto Adige, Lombardia e Piemonte.
Nascono i “luna park della montagna”
Accanto al sistema sciistico tradizionale si diffondono nuove forme di intrattenimento turistico definite da Legambiente luna park della montagna. Si tratta di attrazioni ludiche come piste di tubing, bob estivo o strutture ricreative spesso integrate nei comprensori sciistici.
Nel report Nevediversa 2026 queste strutture compaiono per la prima volta come categoria autonoma: sono 28 quelle censite in Italia. La maggiore concentrazione si registra in Lombardia con 13 strutture e in Toscana con 7.
Secondo Legambiente, questo tipo di attrazioni rischia di trasformare la montagna in uno spazio di intrattenimento artificiale con impatti ambientali non sempre sostenibili.
Riusi e smantellamenti: l’Italia resta indietro
Uno dei principali punti critici riguarda la gestione degli impianti non più funzionanti. In Italia i casi di riuso o smantellamento censiti sono soltanto 37, un numero molto basso rispetto alla quantità di infrastrutture dismesse.
All’estero, invece, diverse località stanno già ripensando il modello turistico montano. Nelle Alpi francesi, ad esempio, la stazione di Métabief nel massiccio del Giura ha deciso di ridurre l’area sciabile chiudendo il settore di Piquemette per concentrare le risorse sugli impianti più sostenibili.
A Les Arcs, in Savoia, si punta invece sulla diversificazione delle attività turistiche per allungare la stagione oltre l’inverno. Tra le iniziative ci sono percorsi estivi, attività all’aria aperta, eventi culturali e progetti di mobilità sostenibile.
Olimpiadi invernali e crisi climatica
Il report lancia un campanello d’allarme anche sul futuro dei grandi eventi sportivi invernali. Secondo gli studi scientifici citati da Legambiente, nei prossimi trent’anni il 44% delle sedi olimpiche perderà l’affidabilità climatica necessaria per ospitare gare sulla neve.
La situazione è ancora più critica per le Paralimpiadi invernali, che si svolgono solitamente a marzo: entro pochi decenni resteranno utilizzabili solo 22 delle 93 sedi attuali.
Anche il bilancio delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 solleva dubbi. Tra ritardi nei cantieri, costi elevati e infrastrutture imponenti, secondo Legambiente resta aperta la questione dell’eredità che questi eventi lasceranno ai territori montani.
Per l’associazione è necessario avviare un confronto pubblico che coinvolga comunità locali, associazioni, categorie economiche ed enti istituzionali per valutare gli effetti di questi grandi eventi in un contesto climatico sempre più fragile.
La neve diminuisce sulle Alpi e sugli Appennini
I dati scientifici confermano che la riduzione della neve non è un fenomeno episodico. Sulle Alpi la stagione nevosa dura oggi tra 22 e 34 giorni in meno rispetto a cinquant’anni fa.
Tra il 1982 e il 2020 si è registrata anche una contrazione di 10-20 giorni del periodo di copertura nevosa. Inoltre la profondità del manto nevoso e lo Snow Water Equivalent, cioè la quantità di acqua immagazzinata nella neve, sono diminuiti di oltre il 30%.
Sugli Appennini la situazione è ancora più instabile, con inverni sempre più irregolari e precipitazioni nevose meno frequenti.
Anche il turismo della neve mostra segnali di rallentamento. Secondo l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano, nella stagione 2025-2026 si registra un calo del 14,5% degli sciatori giornalieri e una diminuzione del 3,9% degli italiani che scelgono di soggiornare sulle Alpi e sugli Appennini.
Nonostante questo, il settore continua a generare un volume economico importante, superiore ai 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi legati al comparto dell’ospitalità.
Il Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana
Per affrontare la crisi climatica e ripensare il turismo montano, Legambiente ha presentato anche il Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana. Il documento nasce dal confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, realtà che negli anni hanno investito in sostenibilità e innovazione.
Il manifesto propone dieci principi per guidare lo sviluppo futuro delle aree montane:
valorizzare le eccellenze locali di ogni territorio
promuovere l’incontro tra ospiti e residenti
riconoscere la fragilità dell’ambiente montano
riscoprire la lentezza come valore del viaggio
garantire un futuro sostenibile alle comunità di montagna
costruire un turismo partecipato e al servizio dei territori
riconoscere l’importanza strategica delle montagne
promuovere cittadinanza attiva e consapevole
valorizzare le culture locali
considerare la montagna come luogo di unione tra territori
Secondo Legambiente, solo un cambio di paradigma che coinvolga istituzioni, comunità locali e operatori turistici potrà rendere la montagna più resiliente alla crisi climatica e meno dipendente dal sistema neve.
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