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Cambiamento climatico e industria dei combustibili: focus su Shell

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Cambiamento climatico e industria dei combustibili: focus su Shell

Shell e il suo contributo al cambiamento climatico tornano sotto i riflettori. Un nuovo studio svela il ruolo di Shell e altre 56 aziende produttrici di combustibili fossili nell’80% delle emissioni globali di CO2 dal 2016. Non solo, mentre affronta una causa legale che le impone di ridurre le emissioni del 45% entro il 2030, Shell si scontra con gli investitori sulla necessità di obiettivi climatici più stringenti.

Gas serra e responsabilità: l’ultimo studio

Una nuova indagine condotta dal think tank InfluenceMap riconduce a un gruppo di 57 aziende produttrici di combustibili fossili e cemento, tra cui Shell ma anche l’italiana Eni, la stragrande maggioranza delle emissioni di anidride carbonica (CO2) emesse dal 2016, e tra le principali cause del riscaldamento del pianeta.

Dal 2016 al 2022, 57 aziende, sia controllate dagli stati che entità pubbliche, partecipazioni statali e di industrie, hanno prodotto l’80% delle emissioni di CO2 del mondo provenienti dai combustibili fossili e dalla produzione di cemento, rivela il rapporto Carbon Majors Database redatto da “ricercatori di fama mondiale”, come scrive il Guardian.

Non solo, nonostante l’impegno dei governi ad abbattere le emissioni di gas serra siglato nell’accordo di Parigi, i dati dimostrano che molte delle principali aziende produttrici, nei sette anni seguiti all’accordo climatico, hanno aumentato la produzione di combustibili fossili.

In particolare, tra le 122 aziende più grandi storicamente responsabili dell’inquinamento climatico, i ricercatori hanno scoperto che il 65% delle entità statali e il 55% delle aziende del settore privato hanno aumentato la produzione, causando l’incremento dell’inquinamento di CO2 nell’aria.

Inquinamento dell’aria da gas serra: i principali produttori

Il rapporto combina i dati dichiarati dalle aziende sulla produzione di carbone, petrolio e gas con fonti come l’Agenzia per l’Informazione sull’Energia degli Stati Uniti, le associazioni nazionali minerarie e altri dati del settore industriale.

Nel periodo considerato, le tre principali aziende emittenti di CO2 nel mondo sono state la compagnia petrolifera di stato Saudi Aramco, il gigante energetico di stato russo Gazprom e il produttore di carbone di stato Coal India.

Ancora da quanto si evince dal rapporto, il maggior contributore privato alle emissioni è stato ExxonMobil degli Stati Uniti, legato a 3,6 gigatonnellate di CO2 in sette anni, corrispondenti all’1,4% del totale globale. Subito dietro si posizionano Shell, BP, Chevron e TotalEnergies, ognuna delle quali associata ad almeno l’1% delle emissioni globali.

Le compagnie statali e gli obiettivi climatici

La tendenza più preoccupante risulta tuttavia quella relativa alle emissioni legate alle aziende statali e controllate dallo stato, specialmente nel settore del carbone asiatico, fa notare il Guardian.

Il loro incremento di produzione, che ancora continua, come scrive infatti la testata britannica, va contro l’avvertimento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) secondo cui non devono essere aperti nuovi campi petroliferi e gasiferi se vogliamo mantenere il riscaldamento globale entro i limiti sicuri.

Gli scienziati climatici avvertono che le temperature del pianeta si stanno avvicinando rapidamente all’obiettivo di Parigi di 1,5°C sopra l’era pre-industriale, con potenziali conseguenze disastrose per le persone e il resto della natura.

Non solo, secondo i più recenti dati dell’IEA nel 2023  le emissioni globali di biossido di carbonio (CO2) legate all’energia hanno raggiunto un livello record.

“È moralmente riprovevole che le aziende continuino ad espandere l’esplorazione e la produzione di combustibili carboniosi, considerando che è risaputo da decenni che i loro prodotti sono dannosi “, ha dichiarato al Guardian Richard Heede, la creatrice del Carbon Majors dataset nel 2013 per l’organizzazione no profit Climate Accountability Institute. “Non si possono incolpare i consumatori che sono stati costretti a dipendere da petrolio e gas a causa del controllo esercitato sul governo da compagnie petrolifere e del gas.”

Ad oggi, mentre il presidente Biden autorizza nuove licenze per progetti di esplorazione e i paesi del Golfo si preparano ad aumentare la loro produzione, aziende come ExxonMobil, Chevron, BP e Shell si dichiarano impegnate verso l’obiettivo emissioni zero.

“Shell si impegna a diventare un’azienda energetica a emissioni zero nette entro il 2050, un obiettivo che riteniamo supporti l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sopra i livelli pre-industriali. Continuiamo a fare progressi sui nostri obiettivi climatici e alla fine del 2023 avevamo raggiunto più del 60% del nostro obiettivo di dimezzare le emissioni di Scopo 1 e 2 dalle nostre operazioni entro il 2030, rispetto al 2016”, racconta un portavoce della compagnia al Guardian.

Shell e la causa contro gli ambientalisti per l’inquinamento dell’aria

Ad inizio aprile intanto, Shell è stata ascoltata, insieme alla controparte, durante le udienze relative al ricorso presentato da sette Ong ambientaliste olandesi che accusano la compagnia di non aver rispettato una sentenza del 2021 che la obbligava a ridurre le proprie emissioni di gas serra.

Nel 2021 infatti, il tribunale dell’Aia aveva ordinato al gruppo anglo-olandese di ridurre le sue emissioni nette di CO2 di almeno il 45% entro la fine del 2030 rispetto al 2019. Questa decisione è stata motivata dal fatto che le emissioni di Shell stavano contribuendo al riscaldamento globale e alle sue conseguenze.

Questa sentenza, accolta dai più come una decisione storica che poteva sconvolgere il settore energetico, riguardava non solo le emissioni dirette di Shell, ma anche quelle causate dai consumatori e dagli utilizzatori dei suoi prodotti in tutto il mondo.

Tuttavia, nel recente ricorso, Shell conferma la sua opposizione alla sentenza emessa a seguito dell’azione legale “People v Shell”, avviata nel 2019 da diverse Ong, tra cui Friends of the Earth e Greenpeace, oltre che da oltre 17.000 cittadini olandesi. Durante l’udienza, l’avvocato di Shell, Daan Lunsingh Scheurleer, ha infatti dichiarato: “un giudice civile semplicemente non è dotato delle competenze necessarie per emettere sentenze in un caso civile che ha implicazioni nazionali e politiche”.

Il CEO di Shell nei Paesi Bassi, Frans Everts, ha aggiunto: “Anche noi riteniamo che sia necessaria un’azione urgente per fermare il cambiamento climatico”. Tuttavia, ha sottolineato che “questa causa legale non è il modo per raggiungere tale obiettivo”. Everts ha spiegato che “una sentenza contro una singola azienda semplicemente non è efficace se il problema continua ad esistere”.

Shell ha affermato di credere che la sentenza del 2021 “sia stata inefficace e persino controproducente nel contrastare il cambiamento climatico”, ma ha negato di ignorarla.



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La recente sentenza CEDU e i suoi possibili risvolti

Durante le udienze, l’avvocato di Shell ha inoltre dichiarato che la recente sentenza della CEDU nel caso delle “nonne svizzere” secondo cui il governo ha violato i diritti umani delle donne non facendo abbastanza per combattere il cambiamento climatico conferma il punto della compagnia che riconduce le emissioni ad una questione di responsabilità statale.

La sentenza, afferma Scheurleer, “sostiene Shell sul fatto che emettere una richiesta di riduzione delle emissioni per le aziende non spetta ai tribunali, ma dovrebbe essere di competenza degli Stati”.

Tuttavia, Friends of the Earth Netherlands, l’organizzazione che ha promosso il caso originale contro Shell, ha dichiarato l’esatto opposto, sostenendo che la recente sentenza europea sostiene la loro causa.

“La Corte europea dei diritti umani conferma che il cambiamento climatico è una questione di diritti umani“, ha detto l’avvocato Roger Cox, aggiungendo che i tribunali hanno un ruolo per garantire che le aziende rispettino i diritti umani.

Shell e la proposta di maggiori sforzi contro cambiamento climatico

Qualcuno a sostegno dell’ambiente cerca di farsi spazio anche in casa Shell. Un gruppo di 27 investitori ha recentemente chiesto alla compagnia energetica di fissare obiettivi climatici più stringenti.

La risoluzione, caratterizzata dalla più ampia partecipazione di investitori fino ad oggi, è guidata dall’azionista attivista “Follow This” e sarà oggetto di voto durante l’assemblea generale annuale di Shell il prossimo 21 maggio.

Presentata da un gruppo di investitori con un patrimonio gestito pari a circa $4 trilioni, la risoluzione esorta Shell ad allineare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio a medio termine con gli accordi dell’Accordo di Parigi sul Clima, inclusi quelli relativi alle emissioni derivanti dai combustibili utilizzati dai consumatori della compagnia.

Anche se le compagnie petrolifere contribuiscono più di altre imprese al riscaldamento globale, Shell ritiene che sta facendo abbastanza per combattere il riscaldamento globale. In vista della sua riunione annuale del mese prossimo, in un nuovo documento di avviso depositato recentemente presso la Securities and Exchange Commission consiglia agli azionisti di bocciare la proposta, sottolineando che essa “è contraria sia alla buona governance che agli interessi degli azionisti, e potrebbe avere conseguenze negative per i nostri clienti“, come riporta Reuters.

Nel complesso, secondo Shell la risoluzione avrebbe “un impatto negativo sul clima“.

Secondo il fondatore di “Follow This” Mark van Baal, “il rifiuto di Shell di accogliere la richiesta di 27 dei suoi maggiori investitori “dimostra l’intenzione della società di rimanere in rotta di collisione con l’accordo sul clima di Parigi”.

“Le azioni di Shell sono aumentate di quasi 11% quest’anno, mentre le azioni dei rivali europei BP e TotalEnergies hanno guadagnato 11% e 10%, rispettivamente”, si legge ancora su Reuters.

Lo scorso mese Shell ha ridimensionato uno dei suoi obiettivi in materia di riduzione del carbonio entro il 2030 e ha abbandonato uno sempre sul carbonio fissato per il 2035, “a causa dell’incertezza nella transizione energetica”. La società ha tuttavia confermato il piano per ridurre le emissioni a zero netto entro il 2050.

L’indebolimento degli obiettivi climatici da parte di Shell, il secondo più grande investitore al mondo di proprietà di petrolio e gas, non è però un caso isolato e anzi, arriva dopo il ridimensionamento dello scorso anno da parte di BP dei suoi obiettivi climatici.

La risoluzione di Shell sulla sua strategia di transizione energetica e a sostegno del cambiamento climatico sarà votata all’assemblea plenaria.

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