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Gli estrogeni ambientali portano all’endometriosi, allarme plastica

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Gli estrogeni ambientali portano all’endometriosi, allarme plastica

Alcuni prodotti chimici e residui naturali sono portatori di estrogeni ambientali, che producono nelle donne un aumento del rischio di sviluppare endometriosi, fibromi uterini e tumori ad utero, ovaie e mammella. Questi materiali arrivano a noi come antiparassitari, fertilizzanti e farmaci e “inquinano” il corpo femminile.

Cosa sono gli estrogeni ambientali (EDC)

Gli estrogeni ambientali (EDC) o xenoestrogeni sono ormoni sintetici che esercitano effetti biologici simili agli estrogeni femminili. Vengono ampiamente utilizzati nei composti industriali (BPA, PCB, ftalati) e hanno effetto estrogenico anche sugli organismi viventi, pur se diversi dagli ormoni prodotti dal sistema endocrino. Allo stesso modo, infatti, si fissano alle proteine recettrici dell’estrogeno e trasmettono il loro “segnale” al corpo in maniera dannosa ed inadeguata.

Ogni giorno gli estrogeni ambientali “li mangiamo, li beviamo, li respiriamo e li usiamo sul lavoro, in giardino e nell’ambiente”, fa sapere l’Associazione italiana Endometriosi. Tra i prodotti più comuni ci sono gli antiparassitari (anche il DDT, ora vietato), i difenili policlorati, il Kepone e il DES (dietilsilbestrolo), un farmaco che negli anni 40 veniva prescritto per impedire aborti spontanei. Le verdure che ingeriamo in molti casi ne sono ricche.



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Secondo alcuni studi recenti, partiti dall’università indiana di Baroda, gli estrogeni ambientali potrebbero contribuire alla comparsa di endometriosi nelle donne, così come nell’aumento di diagnosi di tumori e fibromi uterini. L’endometriosi è una malattia fortemente legata all’esposizione agli estrogeni e, ad oggi, interessa il 10-15% delle donne in età fertile. Gli ormoni in questione agiscono sulla crescita delle cellule endometriali.

Plastica e Bisfenolo: il collegamento con l’endometriosi

Un’attenzione particolare va rivolta alla plastica. Il BPA (Bisfenolo A) è uno dei composti sintetici più utilizzati in questo materiale per realizzare tutti i tipi di contenitori che usiamo. Contenitori che possono poi trasmettere questo interferente endocrino a cibi e bevande e farlo arrivare direttamente nel nostro organismo. Il BPA è pericoloso anche nelle prime fasi di una gravidanza, perché rischia di alterare lo sviluppo del feto nell’utero.

Nel 2010, una ricerca congiunta tra le maggiori università italiane ha riprodotto sugli animali l’endometriosi, riconosciuta di origine embriogenetica. Embrione, feto e neonato sono molto sensibili a sostanze estrogeniche e proprio per questo, bisognerebbe che le donne in gravidanza si tenessero protette il più possibile dall’inquinamento da diossina o dai materiali in cui è presente BPA.

Nello studio, il BPA è stato somministrato ad un gruppo di topi femmine e nel 30% delle nate da queste madri era già presente endometriosi nel tessuto adiposo al di fuori dell’utero. Per contro, nel gruppo non trattato con BPA era presente un solo caso di endometriosi.

La condanna dell’UE

Nel 2011 il BPA è stato vietato dall’UE per la creazione di biberon e nel 2020 anche per la realizzazione degli scontrini. Nel 2018, l’European Chemicals Agency ha inserito il BPA nella lista delle sostanze “preoccupanti” proprio per la sua funzione di interferente endocrino. Tanti i ricorsi da parte dell’industria di materiali plastici, tutti però rigettati (l’ultimo nel 2020) dalla Corte di Giustizia europea.

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