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Ambiente e qualità dell’aria, tre nuove procedure di infrazione UE contro l’Italia

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Ambiente e qualità dell’aria, tre nuove procedure di infrazione UE contro l’Italia

L’Unione Europea ha avviato un nuovo pacchetto di procedure di infrazione nei confronti dell’Italia, aprendo sei nuovi casi che coinvolgono diversi settori strategici. Tre di queste procedure riguardano direttamente l’ambiente, confermando le difficoltà del Paese nell’attuazione e nell’aggiornamento della normativa europea ambientale. Le contestazioni toccano la gestione delle risorse idriche, la qualità dell’aria e gli obblighi di comunicazione sul rumore ambientale, con potenziali conseguenze economiche rilevanti.

Direttiva quadro sulle acque e concessioni idriche non aggiornate

La Commissione Europea ha contestato all’Italia il mancato rispetto della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE, uno dei pilastri della politica ambientale dell’Unione. Secondo Bruxelles, il sistema italiano di gestione delle risorse idriche presenta gravi lacune, in particolare per quanto riguarda la registrazione dei permessi di prelievo e di invaso dell’acqua.

Un punto critico riguarda l’assenza di una revisione periodica delle concessioni idriche, che in Italia possono avere una durata anche di 30 o 40 anni. Questa impostazione non garantisce un controllo costante sull’impatto ambientale delle attività autorizzate e non assicura l’aggiornamento dei programmi di misure necessari a mantenere o migliorare lo stato ecologico e chimico di fiumi, laghi e acque sotterranee.

La Commissione ritiene che l’attuale quadro normativo non permetta una gestione sostenibile e responsabile delle risorse idriche. L’Italia ha due mesi di tempo per rispondere alle contestazioni e adottare le misure correttive richieste, pena l’avanzamento della procedura fino al possibile deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Qualità dell’aria e piano nazionale non revisionato

Un’altra procedura di infrazione riguarda la mancata revisione del Piano nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico, prevista dalla Direttiva NEC UE 2016/2284. La Commissione Europea sottolinea che l’Italia non aggiorna questo piano dal 2016, nonostante l’obbligo di revisione ogni quattro anni.

Il piano è uno strumento centrale per la riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici come ossidi di azoto, particolato fine e ammoniaca. Dovrebbe inoltre indicare in modo chiaro le misure da adottare nei settori più impattanti, tra cui trasporti, industria, agricoltura e riscaldamento domestico.

Il ritardo italiano è particolarmente grave se si considera la situazione della Pianura Padana, una delle aree con la peggiore qualità dell’aria in Europa. La mancata revisione del piano contribuisce a peggiorare una condizione già critica, con effetti negativi sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. Anche in questo caso, Roma dispone di due mesi per fornire una risposta adeguata alla Commissione.

Rumore ambientale e obblighi di comunicazione

La terza procedura riguarda la Direttiva UE 2024/2839, che modifica e semplifica gli obblighi di comunicazione in diversi ambiti ambientali, tra cui il rumore prodotto da macchine e attrezzature destinate a funzionare all’aperto, disciplinato dalla normativa 2000/14/CE.

L’obiettivo della direttiva è ridurre gli oneri amministrativi per gli Stati membri senza abbassare i livelli di tutela ambientale. Tuttavia, secondo la Commissione Europea, l’Italia non ha notificato correttamente le misure nazionali di recepimento o lo ha fatto solo in modo parziale.

Anche in questo caso, il governo italiano ha due mesi di tempo per colmare le lacune segnalate. In assenza di interventi correttivi, la procedura potrebbe entrare in una fase più avanzata del contenzioso europeo.

L’impatto economico delle procedure di infrazione

Le nuove contestazioni si aggiungono a un quadro già complesso. Secondo i dati aggiornati a dicembre 2025, l’Italia è coinvolta in 69 procedure di infrazione, di cui 24 in ambito ambientale. Negli ultimi anni, queste violazioni hanno già comportato il pagamento di oltre 800 milioni di euro in sanzioni, soprattutto per problemi legati alla gestione dei rifiuti e al trattamento delle acque reflue urbane.

Il mancato recepimento o l’attuazione incompleta delle direttive europee non ha quindi solo un impatto ambientale e sanitario, ma pesa anche sulle finanze pubbliche. Le nuove procedure di infrazione rischiano di generare ulteriori costi per lo Stato, rendendo ancora più urgente un adeguamento strutturale alle normative europee.

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