Statali e medici SSN, anni di attesa per il TFS e l’inflazione brucia fino a 21mila euro. Lo studio C&P
La Corte Costituzionale lo ha detto per la terza volta in sette anni: il sistema è incostituzionale. Ma i dipendenti pubblici — e i medici del SSN in particolare — continuano ad aspettare anni il loro TFS, mentre l’inflazione lo erode silenziosamente.
Chi ha dedicato una carriera alla sanità pubblica si ritrova, al momento della pensione, ad attendere fino a tre anni per ricevere il proprio Trattamento di Fine Servizio. E nell’attesa, una parte di quei soldi — già guadagnati, già maturati — svanisce. Non per magia, ma per inflazione.
I numeri del danno
Lo studio legale Consulcesi & Partners ha calcolato il costo reale di questa attesa. Per un medico del Servizio Sanitario Nazionale, il cui TFS può raggiungere i 230.000 euro, tre anni di attesa con un’inflazione media al 3% annuo erodono oltre 21.000 euro di potere d’acquisto reale — l’equivalente di circa tre mensilità nette.
Il problema riguarda però l’intera categoria dei dipendenti pubblici. Secondo i dati del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, il TFS medio ammonta a 82.400 euro, bloccato fino a tre anni dal pensionamento e liquidato in più rate se supera i 50.000 euro. Anche in questo caso la perdita inflattiva è concreta: circa 7.500 euro che semplicemente scompaiono.
Tre bocciature, nessuna riforma
«Il TFS è retribuzione differita, non un bonus», sottolinea Bruno Borin, responsabile del team legale di Consulcesi & Partners. «Ogni anno di attesa, in un contesto inflattivo, è un danno economico concreto su somme già maturate. La questione non riguarda solo le tempistiche di pagamento, ma la corretta valorizzazione economica di prestazioni che il lavoratore ha già guadagnato».
La Corte Costituzionale è dello stesso avviso. Con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026, la Consulta ha confermato per la terza volta in sette anni che il meccanismo viola l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto a una retribuzione proporzionata ed equa. I precedenti moniti erano arrivati nel 2019 e nel 2023. Nemmeno la Legge di Bilancio 2026 è stata giudicata sufficiente dai giudici costituzionali.
L’ultimatum del 2027
La Consulta ha fissato un appuntamento definitivo al 14 gennaio 2027, invitando il legislatore a presentare entro quella data una riforma strutturale credibile che tenga conto dei flussi di cassa. Se non arriverà, la parola tornerà ai giudici — con conseguenze questa volta difficilmente rinviabili.
Nel frattempo, Consulcesi & Partners ha avviato attraverso il servizio OkPensione un’attività di monitoraggio delle posizioni previdenziali dei dipendenti e pensionati pubblici, per stimare caso per caso gli effetti economici del meccanismo vigente.
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